Nero doveva essere e nero sarà: il Piano strategico di Unicredit prevede 8 mila esuberi e la chiusura di 500 filiali da qui al 2023. Una mannaia che ciondola soprattutto sulla testa della rete italiana, con la Sicilia che teme un’ulteriore allargamento delle sue maglie.

Il possibile impatto sulla Sicilia

Non si sa con esattezza quante e quai filiali chiuderanno in Sicilia. Si può però avere un’idea dell’impatto confrontando la presenza della banca con i tagli previsti. Il piano punta a chiudere poco meno di un quinto delle filiali del gruppo. Secondo il sito di Unicredit, quelle presenti oggi in Sicilia sono 253. Facendo i calcoli con l’accetta, vorrebbe dire la chiusura di circa 40 filiali. Chiaro, il dato è imperfetto: la sforbiciata non sarà lineare in tutte le aree. Ma proprio per questo motivo c’è da temere che l’impatto per la regione sia ancora più pesante. In teoria, se i tagli si concentrassero altrove, le chiusure siciliane potrebbero essere anche meno. In pratica, gli indizi vanno in tutt’altra direzione. Il primo: gli 8 mila esuberi si consumano in Austria, Germania e Italia. Ma “i costi di integrazione stimati” (cioè le risorse che servono per gestire la riorganizzazione e i licenziamenti) gravano sul nostro Paese: 1,1 miliardi su 1,4. Unicredit, quindi, non dice quante filiali chiuderanno in Italia e quante all’estero, ma se tre quarti dei costi di integrazione sono qui, significa che qui sarà anche la (stra)grande maggioranza degli esuberi (tra 5500 e i 6 mila) e delle filiali serrate (450 su 500). Difficile pensare che la Sicilia sia esclusa da tagli così massicciamente concentrati in Italia. Negli ultimi anni, infatti, gli sportelli della regione (non solo di Unicredit) sono evaporati con una velocità superiore alla media nazionale: tra il 2017 e il 2018, il calo è stato del 6,4 per cento nell’isola, contro il 2,8 per cento nazionale. C’è quindi il concreto rischio di andare ben oltre quella quarantina di sportelli e aggravare quella che l’assessore all’Economia Gaetano Armao ha definito “desertificazione” bancaria. Già oggi un quarto dei comuni non ha filiali. E ogni sportello ha un carico di quasi 4 mila persone, il doppio rispetto a Veneto e Toscana.

Tre opzioni per Unicredit

A questo punto, quindi, le opzioni sono tre. La prima: Unicredit chiude più filiali nelle aree dove la sua presenza è più capillare, livellando la copertura verso il basso. La seconda: visto che il piano strategico punta a maggiore produttività e redditività, l’istituto taglia nelle zone meno efficienti. In questo caso, non si baderebbe troppo alla copertura. Anzi: il rischio è che l’accetta passi proprio dalle aree periferiche, allargando il divario con quelle centrali. La forbice si allargherebbe anche nel caso della terza opzione: i tagli sarebbero (più o meno) orizzontali, con per percentuali simili ovunque. Una scelta che, comunque, peserebbe soprattutto sulle aree meno coperte: togliere due sportelli in un’area dove ce ne sono dieci non è come toglierne cinque in una dove ce ne sono 25.

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Fabi: “Un piano da delirio”

Il coordinatore di Fabi Sicilia, Carmelo Raffa, parla di un piano strategico che “prevede non solo lacrime e sangue per il personale ma la volontà di non fare più banca. Dalla Sicilia che già ha subito tagli su tagli di sportelli bancari e il pesante ridimensionamento del personale non staremo guardare”. Per la Federazione autonoma dei bancari italiani è “un piano da delirio”. Il segretario generale Lando Maria Sileoni paragona il ceo di Unicredit Jean Pierre Mustier a Lakshmi Mittal, l’imprenditore che sta abbandonando la ex Ilva di Taranto: “La banca – afferma – è destinata a galleggiare col rischio di essere mangiata al primo passaggio di squalo”. “Nel nuovo piano – spiega Sileoni – non è prevista alcuna assunzione e Unicredit è una banca nella quale le lavoratrici e i lavoratori hanno già fatto molti sacrifici: gli 8 mila esuberi inseriti nel nuovo piano industriale si andrebbero ad aggiungere ai 26.650 posti di lavoro tagliati a partire dal 2007. Stesso discorso per gli sportelli: ne sono stati chiusi 1.381 e Mustier ne vorrebbe chiudere altri 500, recidendo ancora di più il rapporto con la clientela e il legame col territorio”. “Mustier – continua Sileoni – non ha realizzato un progetto che guarda alla crescita, allo sviluppo e al futuro, ma ha creato le condizioni per tagliare i costi così da aumentare gli utili che non riesce a produrre industrialmente, che in quattro anni saranno di 17 miliardi, e distribuire dividendi per 8 miliardi”.

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