Whistleblower: chi segnala illeciti o irregolarità sul posto di lavoro. Corruzione, nepotismo, frodi. Transparency International, organizzazione che da anni raccoglie le denunce e protegge chi le fa, nel 2019 ha raccolto 88 casi in tutta Italia. Sei in Sicilia. Pochi se confrontati non solo con Lazio (14 casi), Lombardia (13) e Campania (12), ma anche con Regioni che hanno una popolazione più ristretta, come Puglia (9) ed Emilia Romagna (8). Si tratta, in ogni caso, di numeri ancora limitati se si considera quanti illeciti passano, ogni giorno, sotto gli occhi di dipendenti e dirigenti. “Purtroppo, chi segnala irregolarità è nella pratica ancora troppo poco tutelato, sia per delle evidenti carenze nell’attuazione delle normative, sia per la cultura del nostro Paese che ancora identifica il whistleblowing con la delazione, piuttosto che con un atto di coraggio a difesa della collettività”. Davide Del Monte, direttore esecutivo di Transparency International Italia, traduce così un modo di pensare che si è sedimentato in un proverbio: “Chi si fa gli affari suoi campa cent’anni”. E invece è proprio questo il problema.

Il whistleblowing è una questione locale

Le segnalazioni raccolte dall’Alac, il servizio “Allerta Anticorruzione”, sono state molte meno rispetto alle 152 del 2018. È probabile, almeno in parte, che si siano spostate su WhistleblowingPA, il progetto di Transparency International che ha permesso alle pubbliche amministrazioni di avere una piattaforma informatica crittografata e gratuita. Tuttavia, come ammette lo stesso rapporto, le performance del nuovo strumento sono stati inferiori alle aspettative. Sono passate dalle 179 del 2018 alle 162 del 2019. Insomma: da qualsiasi punto la si guardi, la diminuzione c’è stata. Non tragga in inganno il termine di origine anglosassone: nella maggiora parte dei casi (il 48 per cento) il whistleblowing ha ricadute a livello locale. Nel 34 per cento le ripercussioni si esauriscono all’interno dell’ente o dell’azienda, nel 16 per cento riguardano chi segnala e nel 2 per cento hanno rilevanza nazionale.

Il fattore paura

Due segnalazioni su tre sono anonime, “segno che anche i mezzi di comunicazione più sicuri non riescono a dare ai segnalanti una sicurezza psicologica tale da farli aprire completamente”. C’è ancora paura di avere ripercussioni non solo lavorative ma anche personali, perché lo stigma sociale del “delatore” resta forte. Che la paura giochi un ruolo importante è confermato da altri dati: il 61 per cento delle segnalazioni non arriva dalle vittime dell’illecito ma da un testimone. E i whistleblower veri e propri, vale a dire coloro che segnalano un illecito di cui sono venuti a conoscenza sul luogo di lavoro, sono il 42 per cento. La percentuale reale è però più alta, perché alcuni preferiscono qualificarsi inizialmente come esterni anche se non lo sono. Ancora un volta: paura di esporsi.

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Le denunce: uffici pubblici e sanità

Come negli anni scorsi, più di metà delle segnalazioni ricevute riguarda due categorie di illeciti. Sono entrambi a quota 25 i casi di “nepotismo, clientelismo e favoritismi” e le “frodi o altre violazioni contabili”. Ci sono anche otto denunce di corruzione o peculato, cinque di abuso di posizione pubblica, quattro per inefficienza e tre per mancanza di trasparenza. Se si guarda agli ambiti della segnalazione, il grosso arriva da “rendicontazione economica”, “servizi pubblici” e “concorsi e nomine”. Dieci i casi di concessione licenze e altrettanti per gli appalti. Quasi tre segnalazioni su quattro riguardano le amministrazioni pubbliche: uffici pubblici e sanità mettono insieme trenta segnalazioni.

Perché i giovani segnalano meno

Tra le segnalazioni non anonime (ma che restano confidenziali a meno di una chiara volontà del whistleblower), la maggior parte arriva da chi ha più di quarant’anni. Per i più giovani potrebbe pesare il timore di veder stroncata la propria carriera mentre si è in una posizione di debolezza. Ma, come sottolinea il rapporto, può dipendere anche da un altro fattore: chi ha qualche anno in più ha anche “un’esperienza professionale tale da permettergli di poter conoscere e riconoscere attività potenzialmente illecite”.

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